Gli appunti di viaggio della staff di OIS raccontano la missione esplorativa presso la Tendopoli di S. Ferdinando (frazione di Rosarno, provincia di Reggio Calabria) svoltasi dal 16 al 19 aprile al seguito della Unità Mobile che il Progetto Sanità di Frontiera ha permesso di rinnovare e riattivare nella Piana di Gioia Tauro da dicembre 2017, attraverso la partnership con MEDU-Medici per i Diritti Umani, per fornire assistenza medico-sanitaria ed orientamento socio-legale sui diritti del lavoro ai braccianti stranieri presenti nella zona, impiegati nella raccolta stagionale degli agrumi.

16 aprile 2018
Roma- S. Ferdinando (Rosarno- RC)

Medu 2La staff di OIS parte da Roma verso S. Ferdinando (frazione di Rosarno, provincia di Reggio Calabria). L’intento è raccogliere informazioni e foto relative alle attività dell’Unità Mobile che il Progetto Sanità di Frontiera ha permesso di rinnovare e riattivare nella Piana di Gioia Tauro da dicembre 2017, attraverso la partnership con MEDU (Medici per i Diritti Umani) per fornire assistenza medico-sanitaria ed orientamento socio-legale e sui diritti del lavoro ai braccianti stranieri presenti nella zona, impiegati nella raccolta stagionale degli agrumi. In missione Michela, il fotografo ivoriano Mohamed Keita, ed io, Medu 3Valeria.

La Calabria ci accoglie con nuvole nere e vento. I colori sono intensi. Il viaggio in macchina dall’aeroporto di Lamezia Terme a Rosarno ci riempie gli occhi di colline verdeggianti e selvagge. La natura non toccata dall’uomo è rigogliosa. Profumo intenso di fiori d’arancio. Il mare è splendido, la spiaggia costellata di rifiuti.

Raggiungiamo Nicotera Marina, dove abbiamo appuntamento per cena con gli operatori di MEDU.
Il paese è quasi deserto. Cerchiamo il ristorante e, dopo un lungo peregrinare, troviamo “Il Bianco e il Nero”, la pizzeria con un nome evocativo, perfettamente connesso al contesto. Ad aspettarci troviamo Jennifer, Project Manager dell’Unità Mobile, e Mamadou, il mediatore senegalese alto due metri, dal sorriso disarmante.

La cena è una lunga intervista. La nostra introduzione al mondo che conosceremo l’indomani.
Ci facciamo raccontare di come vanno le cose per il progetto, della vita negli accampamenti, delle persone che assistono, delle difficoltà incontrate, della loro vita quotidiana, delle dinamiche con il territorio.
Jennifer ci riferisce che in questo periodo siamo sul finire della raccolta degli agrumi, molte persone si stanno spostando in Puglia. Nel periodo di massimo lavoro, vivono in zona circa 3.500 persone, provenienti dall’Africa Sub-sahariana. Il lavoro è duro. Sebbene la legge vieti il pagamento a cottimo, i lavoratori dei campi sono pagati a cassoni. Quindi lavorano senza tregua, 7 giorni su 7, per 10-12 ore al gg, pur di guadagnare. Quasi nessuno ha un contratto. I pochi contratti che vengono predisposti sono fittizi, dei meri fogli di carta non registrati. I controlli ci sono, anche se non spesso, perché gli ispettori devono essere scortati dai carabinieri. Difficilmente comunque trovano irregolarità, perché i caporali usano vari escamotage, per esempio, mostrare i pochi contratti registrati, oppure contrattualizzare italiani, ai quali versano i contributi ma non il compenso, che va invece – in nero – al lavoratore migrante, sfruttato e sottopagato (il che ci fa riflettere sulla frase tipica che si sente “gli immigrati ci rubano il lavoro”. In questi casi, si dovrebbe dire il contrario). Il problema è complesso e antico, il tutto nasce da una filiera distorta. I produttori sono sottopagati. La criminalità organizzata guadagna sulla grande distribuzione. Ci domandiamo quale sia la soluzione, imporre un contratto in regola e rischiare che nessuno lavori? La domanda non trova risposta.
Jennifer e Mamadou ci raccontano dell’Unità Mobile, attiva circa 4 giorni a settimana nel pomeriggio, dalle 16.30 fino a tarda sera. Le zone in cui parcheggiano il mezzo variano a seconda dei giorni. Di fatto, si alternano nella zona industriale di S. Ferdinando tra la nuova tendopoli gestita dalla Protezione Civile, la vecchia tendopoli abbandonata anni fa dallo Stato e trasformata in baraccopoli e due fabbriche limitrofe abbandonate e occupate. Un giorno a settimana, l’Unità si sposta anche Taurianova, un comune poco distante dove, in un casolare abbandonato nascosto da un antico uliveto, vivono circa 100 persone provenienti dal Mali.
In questo periodo, ormai alla fine del raccolto negli agrumeti, molte persone non lavorano, tanti si stanno spostando a Foggia, dove comincerà la raccolta estiva dei pomodori. All’Unità Mobile in questo periodo accedono circa 15-20 persone al giorno. Dall’inizio di gennaio, il progetto ha assistito oltre 500 persone.
Alla fine della cena, il mediatore Mamadou confida quasi commosso a Mohamed che è la prima vota che vede un “fratello africano” fotografo che si interessa a questa situazione. Ci sembra un buon inizio.

17 aprile 2018
S. Ferdinando (Tendopoli) – Taurianova
La mattina ci avviamo verso il supermercato di S. Ferdinando. Ci hanno detto che lì davanti si raccolgono ogni giorno i ragazzi in attesa di qualcuno che li carichi per lavorare ai campi. Eccoli, saranno una decina. Ci sediamo con loro a bordo strada e ci presentiamo. Sono giovani, quasi tutti con le cuffiette alle orecchie ascoltano musica africana. Hanno la giacca e il cappello di lana, gli sguardi un po’ stanchi. Noi siamo già in maglietta, il sole è caldo. Cominciamo a fare due chiacchiere e cerchiamo di prendere confidenza.
Iaia, Francis, Ghedi. Subito una curiosità nei nostri confronti, velata da una comprensibile timidezza. Ci dicono di avere 25, 28 e 22 anni, ma ci sembrano anche più giovani. Vengono dal Senegal e dal Gambia, e stanno aspettando – e sperando – che qualcuno li porti ai campi. Purtroppo la raccolta degli agrumi volge al termine, e non è affatto detto che oggi si lavori. Quella postazione, il marciapiede di fronte al supermercato, è di fatto il loro “centro per l’impiego”.
Scambiamo due chiacchiere riuscendo a capirci perfettamente, nonostante il nostro gergo che mischia l’italiano, l’inglese e il francese a seconda delle esigenze. I sorrisi e le strette di mano sono universali. Chiediamo se possiamo passare a “casa loro” per un tè questa sera. Sembrano contenti dell’idea, addirittura Iaia ci dà il suo numero di telefono. Ci dice di abitare nella fabbrica occupata.

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Sappiamo bene di dover essere delicati e di non fotografare senza prima aver creato un contatto, senza prima aver ben spiegato il motivo della nostra visita e aver ottenuto il loro consenso. La macchina fotografica di Mohamed è ancora chiusa nello zaino. I colleghi di MEDU ci hanno allertato della loro diffidenza e della loro stanchezza nell’essere oggetto di riprese, ricerche, reportage. Non ne possono più di sentirsi uno “zoo” da fotografare. È capitato che in passato qualcuno si sia molto risentito con alcuni giornalisti senza scrupoli, che senza alcuna delicatezza hanno invaso la loro privacy pur di raccogliere immagini televisive. Come dargli torto del resto? Chi amerebbe farsi riprendere in quelle condizioni? Chi desidererebbe essere oggetto di studi e ricerche senza veder mai modificata la propria condizione?
Il primo approccio però ci sembra assolutamente promettente. Anche il fatto di avere Mohamed Keita con noi è per loro motivo di curiosità e interesse.
Poco dopo, i colleghi dell’Unità Mobile ci accompagnano alla zona industriale, dove vivono in circa 3.500 persone nel periodo di massima raccolta.
Lungo la strada incontriamo tantissimi ragazzi africani in bicicletta. E’ il mezzo di trasporto più usato.

medu 5All’improvviso, un mare di tende blu del nuovo accampamento della Protezione civile si distende alla nostra sinistra. La struttura, delimitata da una recinzione, è sorta nell’estate 2017 per migliorare le condizioni igienico-sanitarie in cui versavano gli abitanti della “vecchia” tendopoli. Data la scarsa capienza rispetto alle esigenze – può ospitare infatti fino a 500 persone – non ha però risolto il problema e la vecchia tendopoli continua ad esistere, a pochi
passi dalla nuova.

medu 18Entriamo con Jennifer nella nuova tendopoli, dove da pochissimi giorni si è trasferito l’ufficio stranieri del Comune di S. Ferdinando. Un’azione che per Jennifer “ghettizza” ulteriormente le persone, e ne limita ulteriormente gli scambi con la cittadinanza. Una fila di giovani uomini attende il suo turno per parlare con Majid, l’operatore marocchino che lavora al comune e sbriga le pratiche burocratiche. In questa tendopoli possono soggiornare solo le persone in regola coi documenti e i permessi di soggiorno. L’area ci sembra pulita e in ordine. Fuori dal campo sosta una pattuglia della polizia, poco più avanti la guardia di finanza. Un via vai di ragazzi ci salutano incuriositi.

medu 6Poco dopo usciamo e ci dirigiamo verso la “vecchia” tendopoli, che dista non più di 800 metri, dove vivono circa 2.000 persone, in condizioni davvero disumane. Una distesa di baracche di plastica, lamiere e gomme bruciate ci si para davanti agli occhi. Jennifer ci accompagna all’interno, dove si riconosce una piccola città. Vecchie tende della Protezione civile rattoppate in ogni modo con plastiche e lamiere. Baracche improvvisate e precarie. Rifiuti ovunque. Ci addentriamo nelle stradine e scorgiamo un negozietto stracolmo di oggetti e cibarie; un’“officina” per biciclette, con copertoni di ogni sorta; negozi improvvisati di abiti e scarpe, ammassati su teli distesi a terra. Ci dirigiamo verso il “ristorante”, una tenda di plastica e lamiere abbastanza spaziosa dove cucinano e mangiano.

medu 8I giovani uomini che incontriamo sorridono e ci stringono la mano. Ci fanno posto sulle panche, ci offrono ospitalità. Siamo a casa loro. Decidiamo di prendere un caffè. È buono, alle spezie. Costa 20 centesimi, offriamo 1 € e cercano di darci anche il resto.
C’è chi è addetto a tenere sempre vivo il fuoco per bollire l’acqua – in container arrugginiti – che viene distribuita in secchi di plastica per gli usi più diversi: cucinare, lavare i panni, farsi la doccia. Nonostante il nauseabondo odore di plastica bruciata che aleggia nell’aria, le persone profumano di sapone.
Non si vedono donne, né bambini. Ma sappiamo che donne ci sono, stanno nelle tende più in fondo. Dopo un poco ci riaffacciamo all’esterno. Tra la vecchia e la nuova tendopoli c’è una differenza abissale, il paradiso – se così lo possiamo chiamare – e l’inferno.

Tra le due zone sorge una sorta di “purgatorio”, un accampamento di 29 tende nuove che sono state aggiunte dopo l’incendio del gennaio scorso, che ha distrutto parte della vecchia tendopoli e ucciso una giovane donna. Jennifer ci racconta che la tensostruttura della protezione civile originariamente approntata nelle ore immediatamente successive al rogo e in grado di ospitare 198 persone, è stata smantellata una mattina di febbraio e solo parte delle persone accolte sono state trasferite, in modo del tutto improvvisato e sbrigativo, presso questa nuova tendopoli. Qui vivono ora 174 persone, senza servizi igienici, acqua ed elettricità, montate sulla terra nuda, in un’area che poche gocce possono trasformare in una palude. Nonostante i vari tentativi e i protocolli di intesa firmati con le autorità locali, le iniziative poste in atto fino ad ora sembrano essere soluzioni d’emergenza, che non rispondono alla necessità di garantire, nemmeno in maniera provvisoria, una capienza adeguata ad accogliere tutti i lavoratori attualmente presenti e di tutelare la sicurezza di tutti coloro che vivono nella zona industriale di San Ferdinando.
Attorno a queste tendopoli, che sorgono una accanto all’altra, ci sono due fabbriche occupate. In una di queste deve vivere Iaia, il ragazzo che abbiamo conosciuto la mattina.

medu 9Il pomeriggio arriva l’Unità Mobile e si parcheggia a fianco della vecchia tendopoli. Il medico, Luigi, è un giovane reumatologo che ha vissuto vari anni in Africa. Mamadou, il mediatore, parla con tutti e pare molto conosciuto e amato. Con loro, c’è anche Giulia, un giovane avvocato che ha lavorato come operatrice legale in uno SPRAR (dice di fare più esperienza qui, in quanto le situazioni sono molto più varie). Jennifer, che oltre a coordinare il progetto guida anche il mezzo, organizza la fila distribuendo dei numeri alle persone che hanno bisogno del medico, effettua il primo colloquio, ascolta tutti con un dolcissimo sorriso.

Il camper è semplice, un mezzo usato ma in buono stato. L’unica modifica apportata è il rivestimento degli interni con un tessuto lavabile. Per il resto, è rimasto com’era. Sul piano cucina vengono appoggiati i medicinali, sul tavolino si siedono il medico, Jennifer e Giulia per i colloqui. Sul divano si appoggiano i pazienti, dopo ogni persona, cambiano il telo di Scottex e la sera disinfettano. Mamadou sta più fuori che dentro, lui prepara il terreno, parla con tutti, sorride, stringe mani, ascolta, fa da tramite. Se serve, viene chiamato all’interno durante la visita per una traduzione. Ma, di fatto, il medico è autonomo, molti parlano o inglese o francese.
Fuori dal camper, nel giro di pochi minuti, si è formato un piccolo capannello di pazienti. Noi chiacchieriamo con tutti e cerchiamo di conoscerli.

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Pochi di loro sembrano soffrire per patologie gravi. Molti salgono per un piccolo dolore, per situazioni di difficoltà respiratoria, dolori osteo-articolari dovuti alle dure condizioni lavorative. I casi più gravi che necessitano di cure successive, solitamente vengono indirizzati ai servizi sanitari di zona: il medico di base, se hanno il domicilio; l’ambulatorio STP di Rosarno se non hanno il medico; oppure l’ambulatorio di Emergency che può fornire ricette mediche e visite specialistiche in un paese vicino e che si può raggiungere grazie a una navetta organizzata ogni giorno dalla tendopoli. I problemi più difficilmente gestibili sono quelli legati alle visite odontoiatriche, l’unico ambulatorio che offre servizi gratuitamente è aperto solo due volte a settimana a Reggio Calabria.

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L’Unità Mobile offre quindi una visita generale e indirizza verso servizi sanitari locali a cui i migranti possono rivolgersi, a seconda delle esigenze sia sanitarie, che giuridiche.
Viene fornito un foglio informativo con indicazioni sugli uffici utili, a seconda dei casi (l’Agenzia delle Entrate per il codice fiscale, la ASP per la tessera sanitaria, il Centro per l’impiego per ottenere l’esenzione per le ricette, ecc.). Le difficoltà maggiori sono dovute al fatto che tutti questi uffici sono dislocati in diverse città (Taurianova, Palmi, Rosarno), i mezzi per raggiungerli scarsi, gli orari di apertura spesso incompatibili per chi lavora tutto il giorno.
Abbiamo l’impressione che, più che problemi di salute, le persone qui abbiano problemi con la burocrazia.
La sera, appena calato il sole, scende una forte umidità. Fa freddo. Davvero non ci capacitiamo di come riescano a dormire in quelle condizioni. Incontriamo Iaia, quasi non lo riconosciamo, è elegante, in cravatta. Forse per il tè che doveva prendere con noi? Il pensiero ci riempie di tenerezza.

18 aprile 2018
S. Ferdinando

La mattina la passiamo ancora nella vecchia tendopoli, seduti attorno al fuoco con i nostri nuovi amici, tra le ceneri di plastica e il vento caldo addosso. Parliamo della loro vita, dei loro viaggi fino a qui, del lavoro, della famiglia, dei sogni.
Incontriamo Ibrahim, un giovane senegalese, che ci racconta che vuole organizzare un torneo di calcio, unico svago per loro: ogni sera, dopo le preghiere nella moschea improvvisata in una tenda, vanno sempre a giocare in un campo non lontano. “Dobbiamo mantenerci in forma” dice. Lui non fuma. Ma forse non sa quale aria insalubre respiri ogni giorno in tendopoli.

medu 14Conosciamo Bulli, un ragazzo che dice di essere tedesco perché ha vissuto in Germania, e che tutti prendono bonariamente in giro.
Poi c’è Mbemba, che sa molte lingue perché “ha fatto tutte le scuole”. Ci prepara un tè alla menta dolcissimo. Cominciamo a chiedere se possiamo fare delle foto. L’atmosfera si scioglie e Mohamed può almeno tirare fuori la sua macchina. Ci chiedono se siamo giornalisti, raccontiamo che stiamo facendo una ricerca e che collaboriamo con l’Unità Mobile. Ci sembrano stupiti del fatto che siamo interessati alla loro salute.
Ribadiscono che il problema sono i documenti: se li hanno, possono lavorare; e se lavorano, stanno bene.
Il benessere – o il malessere – pare di fatto strettamente legato allo status delle loro pratiche (rinnovi permessi di soggiorno, richieste di asilo). Molti sono bloccati perché attendono risposte dagli avvocati. Il problema più ricorrente è legato al fatto di doversi recare obbligatoriamente di persona in questura per ritirare i documenti, spesso in città molto lontane, e di non avere soldi per partire. Di fatto vivono in un ghetto che è anche una prigione, da cui non si può facilmente uscire.

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Ci raccontano della loro quotidianità. Le varie nazionalità convivono pacificamente. A parte qualche caso di alcool, nessun grosso problema. La polizia vigila sempre, e con loro hanno buoni rapporti, si sentono anch’essi rassicurati. Ci colpisce quando ci dicono che la sera tardi non escono, perché hanno paura degli italiani, spesso razzisti. Ci raccontano di violenze verbali subite gratuitamente da italiani, difficili da ascoltare.

Stare in mezzo a loro, vedere come vivono – o meglio – sopravvivono, in condizioni così dure, percepire la speranza e la forza che li anima, nonostante l’assenza pressoché totale di prospettive, ci apre il cuore e la mente. L’istinto sarebbe quello di abbracciarli tutti, di infondere loro coraggio.
Chiediamo se hanno consapevolezza della loro situazione. “Certo” ci rispondono “Nemmeno le bestie vivono così, ma che alternative abbiamo?” Molti sono grati del fatto che, almeno in quella zona, qualcuno li fa lavorare.
Il pomeriggio seguiamo l’Unità Mobile a Taurianova. Lì, le persone sono molto più isolate, e pertanto anche più chiuse e diffidenti. Si avvicinano molto di meno all’Unità Mobile. Forse anche perché ci siamo noi. Non gradiscono affatto le foto.
Conosciamo Ciccio Ventrice, un volontario CARITAS che da anni sta a fianco dei migranti. Dopo la rivolta di Rosarno del 2010, è riuscito a creare un piccolo miracolo nel suo paese, Drosi. Assieme al parroco, ha convinto 24 proprietari di case sfitte della zona ad affittarle ai lavoratori migranti a tariffe agevolate (50€ al mese), garantendo per essi. Di fatto, la garanzia è servita in pochissimi casi. Grazie a questo intervento, 150 persone hanno acquisito condizioni abitative dignitose, sono emerse dalla ghettizzazione e si sono integrate, arricchendo la comunità intera. Una storia di incredibile tenacia e amore per i più fragili.

medu 16Ciccio ci mostra un sacchetto pieno di soldi, raccolti dai migranti della zona per una colletta che ha coinvolto tutti, al fine di far rientrare in Africa la salma di un “fratello” morto per infarto la settimana prima. Un giovane di 26 anni, stroncato mentre giocava a calcio. In due giorni, hanno raccolto 4.500€. La solidarietà tra queste persone, legate da condizioni difficilissime di povertà e precarietà, ci colpisce davvero molto.
La sera si fa tardi, avevamo promesso di portare una pizza alla vecchia tendopoli da condividere con i ragazzi. Ma quando arriviamo, non troviamo nessuno. La sera vanno a letto presto.

19 aprile 2018
S. Ferdinando – Roma

Oggi dobbiamo ripartire, abbiamo raccolto foto, storie, testimonianze. Passiamo a salutare i ragazzi e ci scusiamo del ritardo della sera prima. Ci dicono col solito sorriso che ci avevano aspettato tanto. Il rammarico di non aver mantenuto la promessa della pizza ci perseguiterà.
Ci abbracciamo con calore, augurando a tutti un forte in bocca al lupo, nella speranza di non rivederli ma più in quel posto.
Pranziamo con gli operatori di Medu e pensiamo a possibili progetti futuri. L’Unità Mobile interromperà la sua attività nella Piana di Gioia Tauro a maggio. Stanno cercando di proseguire in tarda estate e autunno, in Basilicata.
Sarebbe utile pensare a una formazione per medici di base della zona, per sensibilizzarli e coinvolgerli sul tema e nel progetto. Ci salutiamo, pieni di idee, pensieri e progetti.
Il rientro a Roma è duro. Un piccolo shock.
Entrando a casa, per la prima volta vediamo tutta la nostra immensa fortuna.

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